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IMMOBILI: il risarcimento da eccessivo rumore notturno

IMMOBILI: il risarcimento da eccessivo rumore notturno

La Cassazione Civile, pronunciandosi a Sezioni Unite, con sentenza n. 2611/2017 ha chiarito che l’assenza di un danno fisico documentato non impedisce il risarcimento del danno conseguente ad immissioni illecite, allorché siano stati lesi il diritto al normale svolgimento della vita familiare all’interno della propria abitazione ed il diritto alla libera e piena esplicazione delle proprie abitudini di vita quotidiane, quali diritti costituzionalmente garantiti, nonché tutelati dall’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, la prova del cui pregiudizio può essere fornita anche con presunzioni.

Nel caso in cui il sonno notturno (o più generalmente la normale conduzione di vita quotidiana) fosse alterato o disturbato da fonti eccessivamente rumorose provenienti da negozi o abitazioni vicine alla propria, oltre alla cessazione dell’eccessivo rumore notturno, potrà essere richiesto e ottenuto anche il risarcimento del danno.

Quanto al soggetto nei confronti dei quale è possibile richiedere il risarcimento, la giurisprudenza ha chiarito che il proprietario dell’immobile concesso in locazione non risponde dei danni provocati dal conduttore in conseguenza di immissioni sonore intollerabili, a meno che non si accerti in concreto che, al momento della stipula del contratto di locazione, il proprietario avrebbe potuto prefigurarsi, impiegando la diligenza di cui all’art. 1176 c.c., che il conduttore avrebbe certamente recato danni a terzi con la propria attività.

In conclusione, qualora sia accertato che i rumori provenienti dal fondo vicino o dal locale sotto-casa siano eccessivi, si potrà agire chiedendo l’immediata interruzione della molestia, e qualora ricorrano i presupposti, anche il risarcimento del danno.

PRIVACY: palestra condannata al risarcimento per foto non autorizzata

PRIVACY: palestra condannata al risarcimento per foto non autorizzata

Una palestra è stata condannata a risarcire un proprio abbonato, rea di averlo fotografato nel corso degli allenamenti senza il suo consenso e in assenza di una adeguata informativa che lo avesse reso consapevole della pubblicazione sui social delle immagini che lo ritraevano.

La richiesta di risarcimento danni da parte dell’abbonato trae origine da un’altra vicenda, piuttosto singolare ma che ci fa comprendere quanto sia importante per una palestra dotarsi di una corretta politica di trattamento dei dati personali.
In una precedente causa di separazione, la moglie dell’abbonato aveva prodotto in Tribunale alcune foto del marito sorpreso in atteggiamenti ritenuti compromettenti insieme alla presunta amante.
Le foto in questione erano state scattate nel corso degli allenamenti che il consorte frequentava settimanalmente nella palestra del quartiere e poi pubblicate nell’account Instagram gestito dalla palestra stessa.

La questione “privacy” ha un peso in questa vicenda, perchè il marito – a suo dire – non era per nulla al corrente di tale prassi, nè tantomeno aveva espresso il suo consenso alla pubblicazione – e quindi diffusione – di foto che lo ritraevano durante gli allenamenti.

Ne è nata, pertanta, una causa civile di risarcimento danni da questi promossa nei confronti della palestra, che si è trovata dunque ad affrontare una situazione spiacevole (anche per motivi di immagine), accorgendosi però di non avere i mezzi necessari per difendersi al meglio in aula.

Le nuove norme in materia di trattamento dei dati personali (Reg. UE 679/16, c.d. GDPR), richiedono infatti che il titolare (in questo caso, la palestra) sia in grado di dimostrare la propria conformità alla normativa.

Per ottemperare a questo adempimento, la palestra avrebbe dovuto fornire la prova di aver ottenuto un consenso specifico, libero ed informato da parte del proprio associato alla diffusione di sue immagini nei relativi canali social (art. 6 pgf 1 lett. a); art. 7 GDPR)

Purtroppo, la palestra – in persona del suo legale rappresentante – non aveva richiesto il consenso all’interessato, nè tantomeno aveva predisposto una informativa adeguata in cui si facesse espresso richiamo alla pubblicazione sui social di foto degli abbonati.

Il Giudice, pertanto, ha condannato la palestra al risarcimento danni a favore dell’abbonato, il quale peraltro potrebbe anche proprorre – proprio sulla base di questa sentenza favorevole – un reclamo di fronte all’Autorità Garante nella diversa sede amministrativa (potendosi in quel caso applicare le pesanti sanzioni del GDPR).

Diventa pertanto decisivo, per ogni palestra, predisporre una corretta e dettagliata politica di trattamento dei dati, che riesca a mettere il titolare nelle condizione di dimostrare in maniere agevola la leggittimità dei trattamenti dei dati che gli potrebbero essere contestati.

In questo caso, ad esempio, sarebbe stato necessario dimostrare in giudizio di aver raccolto un consenso:

  • specifico: l’abbonato deve dare uno consenso specifico alla diffusione della sua immagine sui canali social; quindi non vale un consenso generico alla diffusione dei dati; non vale neppure un consenso alla pubblicazione delle foto sul sito web della palestra, se il sito web non è l’unico canale di promozione in cui sono pubblicate le foto in questione;
  • libero: all’abbonato deve essere data la lbertà di negare il consenso; quindi il consenso non può rappresentare, ad esempio, una pre-condizione all’iscrizione in palestra. In questo caso, sarebbe un consenso del tutto illegittimo, che peraltro esporrebbe la palestra a pesanti sanzioni amministrative (fino a 20 milioni di € o il 4% del fatturato annuo globale);
  • informato: occorre spiegare in maniera chiara qual è il trattamento dei dati a cui si ricollega il consenso; la persona interessata deve conoscere chi tratta i suoi dati, per quali finalità, a chi potrebbero essere condivisi. Solo una informativa completa di tutti i requisiti normativi, scritta in un linguaggio semplice, può venire in soccorso del titolare in caso di reclami o contestazioni da parte dell’interessato.

Da una errata procedura sulla raccolta del consenso o di altre politiche di trattamento dei dati può derivare un danno non solo materiale ma anche di immagine della palestra, trattandosi di luogo davvero “sensibile” su questo fronte.
Si pensi alle schede degli abbonati, che potrebbero contenere dati sanitari in relazione ad alcuni test effettuati anche per mezzo di consulenti terzi (ad esempio per verificare il rapporto massa grassa/ massa magra), oppure l’elenco delle intolleranze o delle allergie degli iscritti (per predisporre diete personalizzate).
Si pensi ancora al caso in cui vengano utilizzate app per agevolare l’iscrizione ai corsi. I gestori delle palestre in questi casi dovrebbero conservare documenti che certificano la loro sicurezza; dovrebbero, ad esempio, sapere quali sono i dati che vengono registrati e dove gli stessi sono conservati (se in data center collocati dentro o fuori l’Unione Europea).

Come si intuisce la casistica è amplissima.
I gestori delle palestre dovrebbere considerare il tema della protezione dei dati personali come una questione non più rinviabile, tenuto conto della natura dei dati – spesso anche sensibili – che gli stessi detengono.

Non è più solo una questione di rispetto della normativa, per essere appunto “in regola” con i nuovi requisiti del GDPR; è piuttosto una questione di tutela della propria immagine e di eventuale difesa di fronte a possibili contestazioni e reclami dei propri abbonati

CADUTA SU TOMBINO: niente risarcimento se la vittima è stata disattenta

CADUTA SU TOMBINO: niente risarcimento se la vittima è stata disattenta

A seguito di una caduta avvenuta su un tombino sprovvisto di copertura, sito in una via del centro cittadino, la signora – vittima del sinistro – chiedeva al Comune di risarcirle i danni patiti per violazione dell’obbligo di custodia previsto dall’art. 2051 c.c.

La causa, dopo i gradi di merito, giungeva alla cognizione della Corte di Cassazione, che – con sentenza n. 31217 del 29/11/19 – confermava la decisione della Corte d’appello con cui era stata respinta la richiesta di danno nei confronti dell’ente.

Nella sua pronuncia la Suprema Corte ribadiva un principio di diritto consolidato: in tema di responsabilità da cose in custodia si deve tenere conto della condotta del danneggiato, per valutare se la stessa abbia in qualche modo concorso a cagionare il danno (art. 1227, co. 1 c.c.) e se, quindi, l’adozione di ragionevoli cautele avrebbe impedito l’evento dannoso.

Nel caso specifico, la Corte di Appello aveva osservato che “la situazione dei luoghi era tale, per estensione e visibilità, da dover mettere l’utente della strada in doverosa allerta e attenzione; la caduta era avvenuta intorno alle 20.15 di una sera di luglio, quindi in condizioni di sufficiente illuminazione diurna; la vittima era una donna di 50 anni, come tale pienamente in grado di percepire il pericolo esistente”
Inoltre, dall’istruttoria era emerso che la stessa signora abitava proprio nei pressi del luogo del sinistro, per cui la situazione di dissesto non poteva non esserle nota.

In conclusione, il comportamento della vittima era stato così negligente e disattento da escludere la responsabilità del Comune, interrompendo di fatto il nesso causale tra l’anomalia del tombino non coperto e l’evento di danno occorso alla signora.

RECENSIONI DIFFAMATORIE: ne risponde  anche il gestore del sito

RECENSIONI DIFFAMATORIE: ne risponde anche il gestore del sito

Il libero professionista, l’albergatore, il ristoratore o più in generale chi svolge un’attività commerciale, conosce perfettamente le conseguenze di una recensione negativa postata on-line. Spesso accade che il commento negativo, oltre ad assumere connotati diffamatori e lesivi della propria immagine, sia scritto anche da un concorrente sotto falso nome.

La giurisprudenza più volte si è pronunciata sulla responsabilità del gestore di un sito internet che fornisca, al proprio interno, consigli e recensioni su acquisti, viaggi, ristoranti o attività professionali. In caso di commenti dal contenuto diffamatorio e lesivo della propria immagine, è stato chiarito che

“qualora il gestore di un sito internet non operi come mero intermediario di dati ed informazioni, ma agisca quale erogatore di un servizio integrato, che offre consigli di viaggio e contiene link di prenotazione delle strutture turistiche, sul soggetto sussiste, in ragione di quanto stabilito in via generale dall’art. 2043 c.c, l’obbligo, prim’ancora di risarcire il danno, di prevenirlo e, quantomeno, di vagliare le recensioni postate dagli utenti ed escludere quelle apertamente diffamatorie ovvero quelle che non appaiono postate da veri viaggiatori” (Trib. Venezia Sez. III Ordinanza, 24-02-2015).

Controllo che dovrà essere ancora più stringente qualora agli occhi degli utenti il sito si caratterizzi per l’affidabilità delle recensioni pubblicate da veri viaggiatori, elemento spesso pubblicizzato nello stesso sito.

In conclusione, qualora un soggetto o una attività sia destinataria di commenti diffamatori o lesivi della propria immagine potrà essere richiesta, anche in via d’urgenza, la rimozione della recensione, nonché il risarcimento del danno all’autore materiale del commento, nonchè al gestore del sito.